Moltheni - Io non sono come te EP


Avete mai sentito parlare di Moltheni? beh, più che un musicista direi che è un panda in via di estinzione, uno di quelli snobbato sia da chi ascolta rock (e che cazzo fa? e le chitarre?... che palle...) sia da chi vive a "pane e cantautori" (Moltheni chi?? io ascolto De Gregori e De Andrè, mica i giovanotti di vent'anni che lo imitano...).


Assodato che le chitarre ci sono (certo, mica distorte ma è sempre necessario che lo siano?) e che il nostro sfiora i quaranta e ha una lunga gavetta alle spalle ( i più attenti si ricorderanno anche una comparsata all'Ariston... ops!...) c'è da chiedersi che cosa può significare nel 2007 ascoltare un disco di Moltheni.


Rispondo così: provatelo, vedrete che ne rimarrete stupefatti, chiunque voi siate.
Moltheni parla un linguaggio universale, uno dei pochi in grado di distillare sentimento da un pianoforte gonfio di amarezza e toni bassi, da una chitarra acustica intrisa di veraci pennate che si sposano pienamente con liriche assolutamente uniche.


Moltheni sussurra di "uccelli neri che ricamano stoffe di nuvole", di "lepri che rincorrono i profumi del malto che penetra lento tra dente e dente"... "bugie bordeaux" (e di quale altro colore sennò?) e contorna i suoi versi di musica profonda come gli abissi e di melodie cantabili, facilmente memorizzabili e bellissime.


Si può parlare di pop, folk, o forse di una nuova forma di cantautorato che parte dalle radici rock per poi trarne vantaggio, discostandosene a tratti.

Un consiglio però: se non lo conoscete partite dall' album "Toilette Memoria" o ancor meglio dal precedente "Splendore Terrore". Lasciate perdere tutta la produzione precedente e tenetevi questo EP dal titolo "Io non sono come voi", (sei pezzi inediti che si innestano nel filone dell'ultimo album pur non raggiungendo gli stessi apici), come appendice godereccia di quello che già conoscete di Moltheni, quando lo avrete già digerito.
Insomma, fate quello che volete ragazzi, ma ascoltatelo per favore.





Avete visto che metto anche il link a Myspace?? bravo neh?

Don turbolento - Spend the night on the floor

Da mesi si parla in rete dei Don turbolento, duo bresciano uscito con l'ep "Spend the night on the floor".
L'ep è già easurito per cui ho dovuto accontentarmi del singolo presente su myspace.

Siamo dalle parti di lcd soundsystem, rapture ecc. ecc. Spero che il disco in uscita a gennaio confermi le ottime premesse del singolo.

Grazie a Marco Obertini per la segnalazione...

Makossa e megablast - Kunuaka

L'origine africana degli ufo è il titolo di un podcast a cura di Mauro Zanda pubblicato sul sito della rivista Blow Up, nella sezione Radiozine.
Il podcast esplora il fenomeno musi-culturale dell'afrofuturismo: un incrocio tra millenarismo profetico e curiosità tecnologica.

Se non conoscete l'argomento ma la sola parola afrofuturismo stimola la vostra curiosità non perdetelo.

Tra gli artisti ascoltati ci sono Makossa e Megablast, nome bizzarro dietro cui si celano due dj austriaci: Makossa (Marcus Wagner-Lapierre) e Megablast (Sascha Weisz).

I due incidono per la G-stone etichetta tra gli altri di Kruder e dorfmeister. In questo disco cercano di unire suoni elettronici, dub, ritmiche africane.

Basta ascoltare l'iniziale Mama: atmosfera suadente, ritmica spezzata, perfetta unione tra ritmiche dub, suoni digitali, cantato africano.

L' Austria incontra l'Africa? Sì ma non solo visto che nel disco si trovano anche pezzi cantati in spagnolo ("Porque", "Che Pasa") e suoni acid, disco, funk, electro.

Nonostante i numerosi stili il disco ha un suono omogeneo anche se non tutto funziona a dovere. In particolare nei pezzi che abbandonano la ricerca afro-elettro, per suoni più scontati, piacevoli ma meno interessanti.

In ogni caso esperimento riuscito.

http://www.makossa-megablast.com

Laboratorio musicale: Cristiano Godano (Marlene Kuntz)


Ieri sera è stata una serata davvero particolare.

Sono stato infatti uno dei fortunati che è riuscito a partecipare a uno dei famigerati (e un po' misteriosi) "laboratori musicali" che Cristiano Godano, voce e chiatarra dei M.K., saltuariamente tiene qua e là in giro per l'Italia.


E' stata una maratona entusiasmante, quasi quattro ore interrotte da una pausa non più lunga di dieci minuti, nella quale sono state trattate in maniera fascinosa e sorprendentemente approfondita le tematiche legate alla distinzione tra poesia e testo di canzone e alla possibilità che quest'ultimo possa in qualche modo essere assimilato alla prima.


Detta così, mi metto nei vostri panni, sembra una gran rottura di coglioni, ma vi assicuro che ciò che ne è scaturito è tutto tranne che una cosa noiosa e fine a se stessa. Non mi sono mai interessato di poesia, ma gli elementi che la collocano vicino al testo di una canzone sono veramente molteplici, curiosi e di grande fascinazione.


Cristiano Godano si è dimostrato intellettuale attento e strabiliante, dotato di una capacità analitica fuori dal comune, ha parlato di Nabokov (autore tra gli altri di Lolita), ha citato Benedetto Croce, la Divina Commedia, Montale, Paul Valery in un turbinio di MERAVIGLIOSE immagini collegate alla parole e viceversa, dimostrandosi veramente persona dotata di una sensibilità fuori dal comune.
L'utilizzo della parola non è mai casuale, ha spiegato l'importanza della fonetica accanto al valore semantico della parola, i processi creativi dell'artista e gli artifizi che scaturiscono dall'inserimento dell'idea forte, della folgorazione che aiutano il poeta (e perchè no, il musicista) a compiere l'opera finale.


Solo una parola: è stata una figata pazzesca.

C'ho rimuginato tutta notte (fino alle tre, cazzo... non vi dico stamattina...) e mi sono lasciato trasportare dalle squisitezze linguistiche, dal gusto per il particolare e dalla meraviglia di chi riesce a cogliere aspetti che fino a qualche ora prima sembravano nascosti in chissà quale profondità.


"La poesia è un lungo esitare tra suono e significato", dice Valery.
Provate a pensarci, e se vi capita iscrivetevi ad uno di questi seminari.
Per una volta sarà come tornare indietro nel tempo e riappropiarsi della bellezza di ciò che ci sta intorno.

New liberalistic pleasures - The death of Anna Karina


Mi dicono di rimanere più asciutto nei miei post... ne prendo atto e rinnovo la discussione parlando degli italianissimi The death of Anna Karina, usciti non da pochissimo sulla label bolognese Unhip Records.

Come vedete continuo a battere sul made in Italy, ma questa volta le coordinate sono diverse rispetto al precedente post: conoscete (o meglio conoscevate) i texani At the drive-in? il loro miscuglio di emo e indie, hardcore e saltuarie aperture melodiche aveva fatto gridare al miracolo da più parti... qui i territori sonori si avvicinano parecchio, (soprattutto per quanto riguarda l'uso del cantato e delle ritmiche incalzanti) con l'aggiunta di alcune "trovate" alla System of a down: un mix stimolante e arguto, senza dubbio riuscito.

I DOAK cercano una loro via (per niente italiana) all'hardcore di stampo USA e lo fanno generalmente con l'uso di tastierine giocattolo lo-fi che impregnano il suono ruggente delle loro chitarre di una certa "sinistra inquietudine".

Bello, le idee ci sono, la volontà di personalizzare e di fondere più elementi musicali fa di questo "New liberalistic pleasure" un piccolo mattone nel variegato mondo hardcore, inserendosi in quel filone, a mio avviso molto stimolante, che può piacere all'indie-rocker alla Sonic Youth per intenderci... Le uniche perplessità risiedono nell'uso a volte monocorde di quelle stesse tastiere che caratterizzano per la maggior parte il suono del disco, e della stessa voce: molto hype, tipicamente hardcore... ma forse troppo sguaiata ed epilettica per non sfociare a volte - ebbene sì lo dico - nel ridicolo.

Da ascoltare, riascoltare e promuovere.
Ma i ragazzi sono sicuro che in futuro faranno di meglio, c'è da esserne certi... forse con una produzione più attenta e arguta di quella di Giulio Favero.

Sono stato più breve??? sono stato più cattivo???e che cacchio... direbbe Bart

http://www.thedeathofannakarina.com/

Mark ronson - Version

ok, ok è un disco di cover e lo sappiamo tutti che le cover sono robaccia, però diciamo la verità siamo nell'era dei dj e dei produttori e dei remix, possiamo anche chiudere un occhio no? Qui poi non si tratta di semplici cover ma di pezzi rock e pop rifatti in chiave black da diversi artisti sotto la regia del produttore e dj Mark Ronson. Può bastare?

Ho ascoltato per la prima volta il disco di Mark Ronson per caso. Era il pezzo del cantante dei Maximo Park, Paul Smith, che rifaceva "Apply some pressure" un pezzo dei... Maximo Park. Praticamente rifaceva sè stesso. Il risultato di questo cortocircuito, è un pezzo irriconoscibile, tutto fiati e batteria ma con la voce immutata del pezzo originale e quel suono alla Mark Ronson che è il tratto distintivo di tutto il disco (e anche il suo limite).

Il disco è spassoso (è da tempo che volevo usare la parola spassoso per un disco), divertente, solare, da godere senza pensieri. Magari Robbie Williams che rifà "The only one I know" dei Charlatans non aggiunge nulla all'originale, anzi e rifare "Stop me" degli Smiths sembra un sacrilegio però come resistere all'iniezione di ritmo data a "Valerie" degli Zutons da Amy Winehouse, a "Stop me" stessa, a "God put a smile in your face" dei Coldplay rifatta in versione strumentale tutta fiati e batteria, a "Amy" di Ryan Adams (non Bryan Ryan) irriconoscibile nella nuova ricetta Ronson?

C'è anche Toxic di Britney Spears, ma non era male neppure l'originale...(ops)

www.markronson.co.uk